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PIC • Alessandro Scillitani

"Credo che questa esperienza di PIC – Patrimonio in Comune sia utile per tracciare una mappatura, per lasciare un segno di qualcosa fatto di piazze, di sguardi, di un paesaggio che dialoga col territorio, col costruito e con le persone che continuano a viverci"

Alessandro Scillitani • trascrizione integrale

Io mi sono imbattuto forse la prima volta in un villaggio abbandonato da ragazzo perché amavo andare nei luoghi abbandonati anche per il fascino che m’ispirava entrandoci. Già allora capitò di tornarci di giorno, perché di sera c’è la paura, c’è la sensazione che ci siano le presenze. Poi le presenze diventano di altro tipo, perché ti accorgi che magari gli interni sono affrescati, ti accorgi che ci sono tracce evidenti del passaggio umano, di un passaggio che a volte inspiegabilmente s’interrompe. Molto spesso capita per via dello spopolamento. Sappiamo che negli anni ’50/’60 c’è stato questo grande esodo che ha portato tutti a correre verso le città, e poi ci sono le cause naturali, i terremoti, i cataclismi, i disastri che allontanano le persone dal loro luogo. Quindi rimangono queste tracce che a volte sono leggibili, a volte molto meno. A me è capitato tante volte di raccontarle, sia passando per luoghi come Amatrice, Visso, i luoghi appenninici che hanno subito il passaggio del terremoto. Ma anche luoghi che in modo quasi inspiegabile sono stati abbandonati dall’uomo, magari in zone facilmente raggiungibili, eppure non per questo sono sopravvissuti allo spopolamento. Credo che questa esperienza di PIC – Patrimonio in Comune sia utile per tracciare una mappatura, per lasciare un segno di qualcosa che altrimenti dimenticheremo. L’immagine ci permette di tenere memoria di qualcosa – noi abbiamo delle memorie corte, oggi siamo affollati di immagini effettivamente e questo fa sì che dimentichiamo il valore più grande che non è soltanto quello della memoria ma della memoria comune, della comunità, del fatto di essere parte di qualcosa che è fatto di incontri, è fatto di piazze, è fatto di sguardi, ed è fatto soprattutto di un paesaggio che dialoga, come spesso accade nei paesi appenninici, col territorio, il costruito e con le persone che continuano a viverci.