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PIC • Claudio Strinati

"Sapete che se in un piccolo paese scompare un’opera, viene rubata o anche si distrugge, spesso e volentieri non c’è la più minima documentazione fotografica e che non lo recupereremo mai più e non ne sapremo più niente?"

Claudio Strinati - trascrizione integrale

Io ho sentito il desiderio di sostenere questo progetto sia in sé per sé, per quello che rappresenta, per quello che è, sia per un motivo forse un po’ più personale, che però poi personale non è, nel senso che è proprio strettamente legato ai presupposti di questa idea del patrimonio in comune – che ha generato questa sigla “PIC”. I nostri amici che promuovono il progetto in qualche modo sono legati alla figura di una personalità che per me è stata molto importante, molto cara, un amico grandissimo che è Bruno Contardi, che è stato un funzionario delle Belle Arti forse tra i più rappresentativi degli ultimi anni e che purtroppo è mancato in giovane età, ma che incide profondamente su questo tipo di progetto. Contardi apparteneva a quel gruppo di esperti, di funzionari appunto, cui appartenevo anch’io, che avevano questa certezza assoluta e cioè che la tutela, la promozione, la valorizzazione come oggi siamo a dire, si può fare soltanto se effettivamente c’è una reale cognizione del patrimonio di cui noi parliamo. Ma reale cognizione che vuol dire? Vuol dire la capillare conoscenza, cioè in effetti si può paragonare la cognizione del patrimonio artistico di una nazione come questa al corpo umano e alle circolazioni che dentro il corpo ci sono, che è contraddistinta dal fatto di essere in alcuni punti del corpo grande, come l’aorta, in altri punti minima, microscopica. Ma non è che se il sangue circola male in un capillare, anche minuto, allora non succede niente, non ha nessuna importanza, quello lì serve per la vita, il benessere, l’attività del nostro corpo, che poi è del nostro corpo e del nostro spirito, e serve esattamente come l’aorta. E se non funziona bene anche una piccola parte periferica tutto il sistema in realtà non funziona. Allora il progetto del patrimonio in comune è proprio questo, cioè la consapevolezza che il patrimonio artistico non sta soltanto dentro il museo famoso che tutti vanno a visitare, ma sta nel più minuto anfratto che però dev’essere conosciuto come si conosce il quadro del Botticelli che sta agli Uffizi. Non è meno importante. Certo può essere meno bello, chi lo nega, però se per importante noi intendiamo una cognizione che poi nutre la vita delle persone allora si, allora il progetto funziona. È questo che insegnava Contardi e questo progetto si muove in questa direzione, e tutti i grandi cultori delle Belle Arti oggi non possono che condividerlo. E allora cerchiamo di incoraggiarlo. È appena cominciato e ha bisogno naturalmente di un sostegno enorme. Questo sostegno può derivare dalla convinzione, cioè chi lo prende in esame può capire che vale la pena di fare questo. Ma lo sapete voi che se noi ci spostiamo nei piccoli centri si è persa la cognizione delle cose che c’erano, del patrimonio artistico. Se in un piccolo centro scompare un’opera, viene rubata o anche si distrugge, lo sapete che spesso e volentieri non c’è nemmeno la più minima documentazione fotografica, visiva, di quel bene e non lo recupereremo mai più e non ne sapremo più niente? Beh, questa è la realtà tutt’ora, dei nostri tempi. Allora questo progetto vuole arrivare a questo, cioè svolgere una funzione istituzionale che però l’istituzione in realtà non riesce a svolgere, però il senso istituzionale c’è perché questa cosa si fa per restituire a tutti noi la cognizione che viene accumulata attraverso quello strumento, quella campagna di ricognizione. Quindi se si può fare ne vale la pena. Inoltre, è molto divertente.